Scrivere l’orrore è un esercizio di stile; farlo percepire è un atto di design. Call of the Elder Gods appartiene a questa rara élite di produzioni capaci di trasformare ogni enigma in un frammento di una follia che si fa strada sottopelle. Il nuovo titolo di Out of the Blue Games e Kwalee non si limita a raccogliere l’eredità di Call of the Sea, ma ne evolve radicalmente il DNA, dando vita a un’avventura più cupa, ambiziosa e profondamente inquietante.
Senza mai tradire le proprie origini, il team di sviluppo ha scelto di ampliare la formula originale rendendola sensibilmente più stratificata. Se il primo capitolo puntava su una bellezza esotica e malinconica, qui l’atmosfera contemplativa cede il passo a una narrazione puramente lovecraftiana. Il risultato è un’esperienza capace di fondere il mistero archeologico con l’orrore cosmico, dove il puzzle design non è un semplice ostacolo, ma lo strumento necessario per navigare sul confine tra la logica razionale e l’incomprensibile.
Preparate il diario e tenete i lumi accesi: gli Antichi Dei sono tornati a chiamare.
Trattandosi di un’avventura dove l’intuito e l’osservazione sono tutto, per la realizzazione di questa analisi e per districarci tra i rompicapi più ostici abbiamo collaborato con Kre0 GameS, i cui walkthrough video sono parte integrante della nostra guida completa di Call of the Elder Gods. Ringraziamo sentitamente il publisher e il team di sviluppo per averci fornito la review key di questa nuova, inquietante avventura.
Un viaggio oltre la comprensione umana
La storia segue le tracce del Professor Harry Everhart (figura centrale già nota ai fan del primo capitolo) e della giovane Evangeline Drayton, una studentessa della Miskatonic University tormentata da visioni cicliche legate a un misterioso artefatto.
Uno dei pregi maggiori della produzione risiede nella gestione del background. Il gioco riesce a essere perfettamente accessibile anche a chi non ha mai vissuto l’avventura di Norah nel primo capitolo. Le informazioni pregresse vengono centellinate con intelligenza, riemergendo nei momenti di massima tensione senza mai appesantire il ritmo. Mentre i veterani potranno godere di collegamenti profondi e citazioni sottili, i nuovi giocatori troveranno un filo conduttore solido e autonomo.

A sostenere questa architettura narrativa troviamo un espediente tecnico e stilistico di rilievo: l’alternanza tra la voce narrante di Norah e i punti di vista di Harry ed Evie. Il passaggio tra i protagonisti è fluido e contribuisce a mantenere alta la curiosità, offrendo prospettive diverse sui medesimi orrori. In questo contesto, il diario si riconferma l’elemento cardine dell’esperienza; non è un semplice contenitore di indizi, ma un frammento vivo del racconto che evolve insieme alla psiche dei personaggi.
L’impronta lovecraftiana, infine, permea l’opera non solo nell’estetica, ma nell’essenza stessa del gameplay. Il gioco lavora sul senso di ineluttabilità e sulla curiosità ossessiva, quel motore che spinge l’essere umano a indagare oltre il velo della realtà anche quando ogni nuova verità rischia di frantumare l’intelletto.
È un horror “silenzioso” e d’atmosfera, che sostituisce lo spavento facile con una tensione strisciante e la costante sensazione di essere un granello di sabbia di fronte all’imponenza degli Antichi.

Puzzle ambientali tra intuizione e osservazione
Chi ha apprezzato il precedente lavoro dello studio ritroverà immediatamente la filosofia alla base del gameplay di Out of the Blue Games: un mix di osservazione, logica e interpretazione ambientale. In questo sequel, tuttavia, l’intero pacchetto appare più maturo, strutturato e meglio integrato nel ritmo dell’avventura. La risoluzione dei rompicapi non è più una semplice interruzione del racconto, ma ne diventa il motore pulsante.
La raccolta degli indizi risulta particolarmente appagante grazie a una gestione intelligente degli oggetti e delle annotazioni. Il design non si limita all’essenziale: molti elementi raccolti non hanno una funzione pratica immediata, ma servono ad approfondire la lore, aggiungendo texture narrativa ai personaggi e agli eventi che hanno preceduto l’arrivo dei protagonisti. Altri, al contrario, rappresentano la chiave di volta per decifrare meccanismi complessi, richiedendo al giocatore di stabilire collegamenti logici mai banali.

In questo processo, come abbiamo già accennato il diario svolge un ruolo centrale senza mai risultare invasivo. Sebbene le annotazioni automatiche aiutino a non perdere la bussola, il gioco evita saggiamente di “prendere per mano” l’utente, lasciandogli tutto il piacere della deduzione personale. Gli enigmi colpiscono quasi sempre nel segno, mantenendo un equilibrio invidiabile: stimolano il ragionamento e l’osservazione senza scivolare nella frustrazione. È quel senso di gratificazione tipico delle migliori avventure grafiche, che esplode quando finalmente si incastrano tutti i tasselli del mosaico.
Tuttavia, si avverte qualche lieve discontinuità nel design di alcune prove. Se la maggior parte dei puzzle risulta estremamente fluida, altri presentano picchi di difficoltà improvvisi e marcati, quasi fossero stati concepiti con una filosofia differente o in fasi diverse dello sviluppo. In questi frangenti, la sfida rimane stimolante, ma si avverte la mancanza di un feedback chiaro che confermi se il ragionamento intrapreso sia effettivamente quello corretto. Si tratta però di sbavature minori in un impianto ludico che riesce, per la quasi totalità dell’esperienza, a far sentire il giocatore un vero detective dell’occulto.

Un comparto artistico evocativo e ricco di dettagli
Sul fronte puramente visivo, Call of the Elder Gods convince senza riserve, mettendo in mostra una grafica pulita, minuziosa e sorretta da un uso del colore magistrale. Pur virando verso atmosfere sensibilmente più oscure rispetto al passato, la produzione mantiene una personalità estetica dirompente, capace di oscillare con disinvoltura tra il fascino dell’esotico e la più pura inquietudine cosmica.
Le aree di gioco sono dense di micro-dettagli che alimentano la costante sensazione che ogni angolo, ogni scaffale o ogni ombra custodiscano un segreto da decifrare. Il design si spinge verso architetture impossibili e simbologie arcane, tratteggiando paesaggi sospesi in quel limbo tra realtà e follia che rende il mondo di gioco credibile persino nella sua assurdità. Non è solo una questione di tecnica, ma di una direzione artistica capace di rendere tangibile l’imponenza dell’ignoto.

Questa ricchezza visiva non va a discapito della fluidità della giocabilità, che si attesta su ottimi livelli. Il titolo è disponibile su PC (Steam) e PlayStation 5, dimostrando un’ottima ottimizzazione su entrambi i sistemi.
Su console, il gioco beneficia della velocità di caricamento garantita dall’architettura SSD, rendendo l’esplorazione dei vari scenari fluida e priva di interruzioni frustranti. Su PC, la scalabilità del motore grafico permette di godere dell’ottima illuminazione volumetrica e della pulizia delle texture anche su configurazioni diverse, mantenendo intatta la densità atmosferica necessaria per un titolo di questo genere. L’esplorazione risulta naturale e mai macchinosa, con interazioni intuitive che permettono al giocatore di concentrarsi totalmente sull’indagine. Il ritmo generale appare ben calibrato, alternando con sapienza i momenti di avanzamento narrativo, la risoluzione dei puzzle e le fasi di pura osservazione ambientale.
A chiudere il cerchio interviene un comparto sonoro di altissimo profilo, curato dal pluripremiato Eduardo de la Iglesia. La colonna sonora sceglie la via della discrezione, optando per temi evocativi che non sovrastano mai l’azione, ma preferiscono lasciare il giusto spazio ai silenzi e ai suoni ambientali. È proprio questa gestione dei vuoti acustici, unita all’eccezionale doppiaggio di Yuri Lowenthal e Cissy Jones, ad amplificare il senso di isolamento e mistero, trasformando ogni scricchiolio o eco lontana in un potenziale presagio di sventura.

Un sequel che evolve senza tradire le proprie origini
Il rischio più concreto per Call of the Elder Gods era quello di presentarsi come una semplice variazione sul tema, una versione pigramente “horror” del suo predecessore. Fortunatamente, i ragazzi di Out of the Blue Games hanno evitato con intelligenza questa trappola, confezionando un sequel capace di evolvere la formula originale senza mai snaturarne l’essenza.
L’opera dimostra una maturità superiore nella scrittura e, soprattutto, una gestione del ritmo molto più consapevole. Il gioco non teme i tempi lenti: al contrario, li sfrutta per nutrire l’atmosfera, lasciando ampio spazio all’osservazione e premiando la capacità del giocatore di assorbire dettagli e suggestioni ambientali. È una fiducia nel pubblico che raramente si riscontra in produzioni di questo genere, dove spesso si preferisce forzare la mano con l’azione.

Dal punto di vista prettamente tecnico, l’esperienza si rivela già estremamente solida. Durante i nostri test non sono emersi bug critici o problematiche capaci di compromettere la progressione, segnale di un processo di rifinitura meticoloso. Si avvertono soltanto alcune incertezze marginali in determinate interazioni con gli oggetti, piccole sbavature che non precludono in alcun modo il coinvolgimento e che, con ogni probabilità, verranno limate con i primi aggiornamenti post-lancio.
In definitiva, Call of the Elder Gods non è solo un seguito riuscito, ma la conferma che si può espandere un universo narrativo osando di più, senza dimenticare ciò che lo ha reso speciale. Se vi sentite pronti a sfidare l’ignoto, vi ricordiamo che potete trovare i dettagli per superare i primi ostacoli nella nostra guida completa alla demo di Call of the Elder Gods, una risorsa che vi accompagnerà passo dopo passo fino ai segreti più oscuri della versione definitiva.

Commento finale
Call of the Elder Gods è un’avventura narrativa che riesce a comprendere perfettamente il fascino dell’orrore cosmico: non la paura immediata, ma la costante sensazione di trovarsi davanti a qualcosa che supera la comprensione umana. Out of the Blue Games confeziona un sequel più maturo, più ambizioso e più sicuro dei propri mezzi, capace di migliorare gran parte delle intuizioni viste in Call of the Sea senza perdere quell’approccio contemplativo che aveva reso speciale il primo capitolo.
Pro:
- Un orrore che non urla, ma sussurra, reso attraverso suggestioni visive e sonore di altissimo livello,
- L’alternanza tra i protagonisti e l’uso del diario arricchiscono profondamente la lore, rendendo l’indagine viva e personale.
- Il salto qualitativo nei dettagli ambientali garantisce un’immersione totale in scenari che oscillano tra realtà e follia.
- Un sequel coraggioso che accoglie i nuovi giocatori senza alienare i veterani, grazie a una gestione dei riferimenti passati impeccabile.
Contro:
- Si avvertono saltuari picchi di difficoltà che spezzano la fluidità della progressione.
- In alcuni frangenti mancano segnali chiari che confermino al giocatore la validità della strada intrapresa.
- Piccole sbavature tecniche nelle collisioni e nella manipolazione degli oggetti che sporcano leggermente l’esperienza.
VOTO: 8 / 10 – Call of the Elder Gods non è solo un seguito riuscito, ma la consacrazione di Out of the Blue Games nel genere delle avventure grafiche. È un titolo che sfida l’ingegno e la sanità mentale del giocatore, premiandolo con una delle narrazioni più affascinanti e inquietanti degli ultimi anni. Un acquisto obbligato per chiunque voglia sentire, anche solo per poche ore, il peso dell’abisso sulla propria pelle.

