I simulatori di pesca nel panorama videoludico indipendente stanno vivendo una vera e propria seconda giovinezza. Che si tratti di atmosfere lovecraftiane e inquietanti alla Dredge, o del mix irresistibile tra ristorazione e immersioni proposto dal famosissimo Dave the Diver, il genere ha dimostrato di saper catturare l’attenzione di milioni di giocatori. In questa folta schiera prova a farsi largo Scale the Depths, titolo sviluppato da Glass Gecko Games e pubblicato da Phoenix Games, attualmente disponibile per l’acquisto (o in versione demo gratuita) direttamente sulla pagina ufficiale di Steam.
Il gioco ci mette nei panni di un bizzarro robot pescatore che, per conto di una misteriosa multinazionale, deve raccogliere dati subacquei e, soprattutto, accumulare una quantità spropositata di quattrini. La promessa è quella di un viaggio rilassante ma assuefacente tra le acque del mondo, partendo proprio dal leggendario Lago di Loch Ness con l’obiettivo finale di fare amicizia con il suo mostro e diventare sfacciatamente ricchi.
Ma Scale the Depths riesce davvero a gettare l’amo nel cuore dei giocatori, o la sua formula rischia di rivelarsi un buco nell’acqua? Scopriamolo nella nostra recensione!
La Pesca:
Una volta completata la sessione subacquea e riempito il barile, il gioco cambia totalmente ritmo e ci sposta nella zona di sfilettatura e pulizia sul retro della barca. Questa fase si struttura come un vero e proprio pacchetto di minigiochi basati sulla precisione del mouse e sulla gestione della velocità.
Una volta messi i piedi a bordo della nostra bagnarola metallica, il loop principale di Scale the Depths si rivela immediatamente nella sua estrema semplicità: si lancia l’amo, si scende in profondità per catturare il maggior numero di prede possibile, si torna a galla a preparare il pesce e lo si rivende. Se visivamente il gioco adotta una prospettiva laterale bidimensionale che ricorda molto da vicino le immersioni di Dave the Diver, pad alla mano la dinamica della pesca segue regole completamente diverse.

Quando gettiamo la lenza, infatti, la telecamera segue la discesa dell’amo e il nostro compito è guidarlo muovendo il mouse a destra e a sinistra. La sensazione è molto simile a quella di giocare al leggendario Snake dei vecchi Nokia: muovendoci nello spazio subacqueo dobbiamo letteralmente “taggare” i pesci per farli finire nel nostro secchio. Se per le creature più piccole basta un singolo tocco, i pesci più grossi e prelibati richiedono più colpi, costringendoci a fare dei veri e propri loop su noi stessi per colpirli ripetutamente prima che la lenza finisca o che scada il corto timer a disposizione.

Nonostante l’idea sia sulla carta originale, è proprio qui che emergono le prime legnosità: i controlli della lenza risultano spesso poco intuitivi e volutamente frustranti, soprattutto quando alcune specie di pesci particolarmente agili si esibiscono in scatti repentini per schivare il nostro amo. Più che un’innovazione geometrica, la scelta degli sviluppatori si traduce in un sistema che potrebbe spazientire chi cercava un’esperienza di pesca più classica o semplicemente più fluida.

La preparazione del pesce:
Una volta completata la sessione subacquea e riempito il barile, il gioco cambia totalmente ritmo e ci sposta nella zona di sfilettatura e pulizia sul retro della barca. Questa fase si struttura come un vero e proprio pacchetto di minigiochi basati sulla precisione del mouse e sulla gestione della velocità.

Ogni pesce ha le sue caratteristiche e richiede un trattamento specifico. Per le specie classiche è necessario muovere la lama del coltello con delicatezza da sinistra a destra per rimuovere le squame; se vi farete prendere dalla fretta muovendovi troppo rapidamente, finirete per tagliare la carne creando vistose chiazze di sangue che rovineranno la qualità del prodotto e ne abbasseranno drasticamente il valore di vendita.

Altre creature non hanno squame ma sono infestate da fastidiosi parassiti e vermi che vanno colpiti ripetutamente con la punta del coltello (e che tendono a nascondersi se vi muovete in modo brusco), oppure da barnacles (crostacei parassiti) che richiedono invece una sferzata di colpi rapidi e decisi.

Fortunatamente la progressione corre in nostro aiuto: accumulando denaro potremo infatti acquistare coltellacci sempre più grandi, affilati e veloci, capaci di ripulire un salmone gigante in un’unica, soddisfacente passata. È un sistema che inizialmente diverte e regala un buon feedback, anche se alla lunga rischia di trasformarsi in una sequenza di azioni fin troppo ripetitiva.

L’economia di Loch Ness: Clienti esigenti e progressione
Il vero motore che vi spingerà a gettare l’amo senza sosta è il fortissimo focus del gioco sulle dinamiche da incremental/idler game. Una volta pulito e preparato il pesce, dovremo infatti lanciarlo ai clienti che attendono pazientemente sul molo o attorno alla barca per riempire la loro barra della fame. E dimenticatevi i normali acquirenti da mercato rionale: qui avremo a che fare con una rotazione infinita di stravaganti creature che spaziano da cormorani ingordi, lontre e aironi cenerini, fino a sirene “Selky” in pieno stile anime e, ovviamente, il Mostro di Loch Ness in persona.

Ogni cliente ha le proprie preferenze: soddisfare i loro gusti specifici o sfamare quelli più esigenti (che richiedono una quantità massiccia di pesci piccoli o prede giganti) vi premierà con generosi bonus in denaro. È un circolo vizioso studiato per generare una forte scarica di dopamina tipica dei clicker, in cui ogni moneta guadagnata viene immediatamente reinvestita nel negozio della barca per potenziare l’equipaggiamento. Potremo infatti espandere la capienza dello storage per trasportare più pesci contemporaneamente, aumentare la durata del mulinello per esplorare l’ignoto, comprare i già citati coltelli o persino dei guanti isolanti, indispensabili per non rimanere folgorati quando si entra in contatto con specifiche creature subacquee elettriche.

Esplorazione e Segreti Subacquei
Nonostante la natura da passatempo cozy, Scale the Depths stimola l’utente a non fermarsi alla superficie e a esplorare approfonditamente i fondali di ogni mappa. Ogni zona vanta una fauna marina prediletta (si passa dalle carpe e piccole anguille fino ai maestosi salmoni e a veri e propri “dinosauri subacquei”), ma le sorprese non finiscono qui.

Scendendo nei punti più oscuri della mappa è infatti possibile imbattersi in bottiglie di vetro da recuperare, tesori nascosti e collezionabili unici che potremo utilizzare per adornare e personalizzare la nostra imbarcazione. Inoltre, l’esplorazione assume talvolta contorni da piccoli puzzle ambientali: non sarà raro trovare maestose strutture sommerse come antichi castelli subacquei in cui l’amo dovrà attivare una serie di leve nascoste per sbloccare passaggi segreti e accedere a ricchi forzieri o a oggetti speciali in grado di estendere permanentemente la lunghezza della lenza. Una volta completato il loop a Loch Ness, il gioco ci permetterà di sbloccare nuovi biomi (come il Messico); va detto però che si tratta principalmente di un’operazione di reskin, che cambia l’estetica dei pesci e la colonna sonora di sottofondo ma lascia del tutto inalterato il cuore del gameplay.

Un loop che gira a vuoto?
Valutare Scale the Depths non è un compito semplice e solleva il classico dubbio sulla natura dei prodotti consumer nel mercato indie attuale. Da un lato abbiamo un titolo confezionato con evidente amore e cura artigianale, totalmente privo di malizia o dinamiche predatorie.

L’art style bidimensionale è pulito, coloratissimo e decisamente rifinito in ogni sua schermata (con tanto di divertenti easter egg, come un piccolo omino di Among Us nascosto sul fondale), mentre la colonna sonora è una traccia allegra, adorabile e super rilassante che accompagna perfettamente le sessioni di gioco, rendendolo un ottimo scacciapensieri.

Dall’altro lato, però, è impossibile non notare come il nucleo ludico sia estremamente sottile. Le meccaniche principali, ovvero il bizzarro movimento “a serpente” della lenza e il minigioco della sfilettatura, pur essendo ben realizzate, esauriscono la loro carica di novità dopo le prime ore. Il posizionamento del gioco in quella terra di mezzo tra un crawler subacqueo e un idler game rischia di scontentare entrambe le fazioni: chi cerca un’avventura profonda e stratificata finirà inevitabilmente per desiderare la complessità narrativa e gestionale di un Dave the Diver, mentre chi cerca il relax totale da clicker preferirà probabilmente la purezza minimalista di un Cast and Chill.

Conclusione
PRO:
- Direzione artistica deliziosa e colonna sonora allegra e rilassante.
- Il sistema di progressione e upgrade dei negozi dà assuefazione.
- Buon focus sull’esplorazione subacquea e sui segreti nascosti.
CONTRO:
- I controlli della lenza stile Snake possono risultare legnosi e frustranti.
- I minigiochi della pesca e della sfilettatura tendono alla ripetitività sul lungo periodo.
- I biomi successivi al primo offrono poche novità strutturali rispetto al reskin estetico.
VOTO: 7.5 / 10 – Scale the Depths è un piccolo esperimento che funziona benissimo come colorato passatempo chill, ideale per chi cerca un’esperienza leggera con cui staccare il cervello per qualche serata, lasciandosi cullare dal loop del “guadagna e potenzia”. Nonostante l’ottimo livello di pulizia generale e la simpatia della sua direzione artistica, la formula di gioco pecca un po’ di profondità a lungo termine, faticando a trovare una propria identità forte in un mercato indie ormai saturo di validissimi giochi di pesca.



