Viviamo in un’epoca videoludica decisamente bizzarra, quasi ossessionata dal proprio passato. Ormai non passa settimana senza l’annuncio di un nuovo rifacimento: dai grandi classici degli anni ’90 fino a titoli usciti appena cinque anni fa, l’industria sembra rimasta intrappolata in un loop nostalgico, spesso guidato più dal cinismo dei “cash grab” che da una reale urgenza artistica. È proprio in questo panorama saturo che si inserisce l’ultima fatica dei team di sviluppo Coin Drop Games, Lucas Immanuel, jucobee e Kyle Chuang.
Il gioco si presenta al pubblico con un titolo provocatorio e assurdamente lungo: The Remake of the End of the Greatest RPG of All Time. Sbarcato su PC via Steam il 28 maggio 2026 al prezzo budget di 9,75€ (attualmente in offerta lancio a 8,77€), il progetto si preannunciava come il remake dell’epilogo del più grande gioco di ruolo mai esistito. C’era solo un piccolo, affascinante dettaglio: nessuno ha la minima idea di quale sia il GDR originale.
Se state già scaldando i pollici pensando di trovarvi davanti a un classico gioco di ruolo giapponese vecchio stampo, fermatevi subito. Il titolo e la sua estetica a 16-bit sono, in realtà, una gigantesca, genialissima bugia. The Remake of the End of the Greatest RPG of All Time non è affatto un GDR, e non è nemmeno un remake: si tratta di un puzzle game investigativo e metanarrativo folle e stratificato. Un’autentica Escape Room virtuale che distrugge la quarta parete e si inserisce con prepotenza in quel filone di capolavori “meta” e criptici che hanno fatto la fortuna di cult come Tunic, Inscryption e Animal Well.
Se siete pronti a spremere le meningi e a mettere in dubbio tutto ciò che sapete sul game design, potete fare vostro questo gioiellino acquistandolo direttamente tramite la pagina ufficiale di Steam.
Ma prima, mettetevi comodi: c’è un mistero digitale da sbrogliare.
STORIA E CONCEPT: LA QUARTA PARETE NON ESISTE PIÙ
La premessa narrativa di The Remake of the End of the Greatest RPG of All Time è tanto assurda quanto drammaticamente vicina alle dinamiche dello sviluppo indie moderno. La storia ruota attorno a due amici d’infanzia, Jacob e Lucas, che si ritrovano ai tempi del college e decidono di unire le forze per lavorare a un progetto titanico: realizzare il remake del loro gioco di ruolo preferito dell’era SNES, l’unico vero collante della loro amicizia giovanile. Rendendosi presto conto che ricreare un intero JRPG degli anni ’90 richiede un tempo infinito e risorse fuori portata, i due stringono un patto: ricreeranno soltanto l’ultima, epica ora di gioco.
Nasce così il titolo che ci troviamo tra le mani. Tuttavia, come spesso accade quando l’ambizione incontra la mancanza di diritti ufficiali, i nostri due sviluppatori iniziano a prendersi una serie di “libertà creative” decisamente audaci. Il codice di gioco si rompe, lasciando spazio a glitch intenzionali, bug grafici simulati, crash di sistema calcolati al millesimo e veri e propri squarci nel tessuto digitale che conducono direttamente alle “Dev Room”, le stanze segrete degli sviluppatori.

In tutto questo, l’elemento metanarrativo si fonde attivamente con la satira dell’industria. Durante il viaggio faremo la conoscenza di Noah, un personaggio che incarna alla perfezione lo stereotipo dell’“evil purist Chad”: il purista tossico, arrogante e nostalgico, che vive su Reddit e critica aspramente ogni singola modifica apportata all’opera originale. Attraverso i dialoghi e questa figura grottesca, il gioco lancia frecciate esilaranti all’eterno dibattito internettiano tra “Porting fedele” e “Remake moderno”, ironizzando sulle pretese delle community di fan.
Il fulcro dell’intera esperienza, che vi terrà incollati allo schermo per una durata che oscilla tra le 4 e le 11 ore (a seconda di quanto deciderete di scendere a fondo nella tana del bianconiglio), risiede in un fascino feticista ben noto a chi naviga su YouTube o Twitch: l’archeologia digitale. Il gioco si basa interamente sulla sensazione di aver trovato in un mercatino dell’usato una vecchia memory card e di aver caricato il salvataggio di uno sconosciuto arrivato alla fine dell’avventura. Esplorando questo “reliquia”, sarete spinti a indagare costantemente sulla mentalità e sulle scelte del proprietario precedente, nel tentativo di rispondere alla domanda fondamentale: qual è stato, davvero, il più grande GDR di tutti i tempi?

GAMEPLAY E STRUTTURA DEI PUZZLE: FRA CHIP-TUNE E SIMULATORI OS
Dimenticatevi la classica curva di apprendimento.
Il gioco si apre bruscamente con una schermata di caricamento e un file di salvataggio completato al 99.54%, con ben 99 ore di gioco sul groppone. Veniamo scaraventati senza complimenti nel bel mezzo del dungeon finale, mid-battle, contro una mostruosa creatura chiamata Chronobeast. Non sappiamo chi siamo, non conosciamo i membri del nostro party (Rose, Robert the Robot e Darkhart), né abbiamo la minima idea di quali siano le loro sinergie o abilità migliori. È l’esatta, destabilizzante sensazione che si prova quando si riprende in mano un GDR mastodontico dopo mesi di pausa.

All’inizio regna il caos e non è chiaro cosa fare, ma è proprio qui che emerge la vera anima da Escape Room del titolo. Il gameplay abbandona i canoni del genere di ruolo per trasformarsi in un esercizio di puro reverse engineering deduttivo. Un consiglio spassionato: preparate carta e penna sulla scrivania, perché questo è un gioco che vi costringerà a prendere appunti fisici fin dai primi quindici minuti.

Combattimenti come Enigmi e Gestione dell’Inventario
I combattimenti a turni non si vincono con il “grinding” o la forza bruta. I nemici sono resistenti al 100% a qualsiasi tipo di danno che non sia la loro specifica debolezza logica. Ad esempio, per sconfiggere i Chronobats e i Chronocubes dovrete consultare le pagine strappate del manuale di gioco vintage (nascoste nei bauli dell’area) per scoprire che i primi sono deboli al fuoco e i secondi all’elettricità. Il bello è che non avrete un comando “Magia Fulmine” pronto all’uso: esaminando gli scarabocchi a matita lasciati sul manuale da un ipotetico giocatore del passato, scoprirete che per generare una combo elettrica dovrete concatenare manualmente in un turno un attacco “Whirl” e due attacchi “Slash”.

Anche la gestione dell’inventario strizza l’occhio alle avventure grafiche punta e clicca in stile SCUMM. Avendo ereditato un salvataggio perfetto, i negozianti hanno esaurito le scorte e il nostro portafoglio è bloccato al tetto massimo di denaro. Dovremo quindi spulciare un inventario straboccante di oggetti apparentemente demenziali – tra cui un pesce spada, un cane-pistola, uno scudo umano e del lievito madre – e capire come utilizzarli. Spesso scoprirete che un oggetto bizzarro come una Lime Pie è in realtà la chiave insospettabile per aprire i forzieri rossi magici che avevate ignorato fino a quel momento.

I Livelli della Realtà e i Rischi della Progressioni
La struttura dei puzzle si sviluppa su più strati paralleli. Tramite un comando della console, potrete fare il “log off” dall’RPG per ritrovarvi all’interno di un sistema operativo simulato e in uno spazio liminale 3D in prima persona. Si crea così un loop investigativo eccezionale:
- Esplorando il dungeon JRPG sbloccherete file video del documentario amatoriale o nodi di commento audio dei programmatori.
- Analizzando questi filmati nel “mondo reale” (ascoltando i dialoghi o confrontando i fotogrammi) troverete i codici d’accesso e le password per sbloccare stanze e cartelle nel mondo 3D.
- Risolvendo i puzzle nello spazio liminale otterrete strumenti unici da riportare all’interno del codice del JRPG per poter finalmente avanzare.

C’è però un rovescio della medaglia in questa immensa libertà investigativa. Il level design tende ad aprirsi fin troppo precocemente e, se siete giocatori particolarmente intuitivi, rischiate di fare dei salti logici eccessivi.
Anticipare i tempi o indovinare una combinazione prima del previsto può portarvi in aree avanzate del codice senza i giusti strumenti, facendovi saltare interi boss fondamentali o, nel peggiore dei casi, facendovi triggerare accidentalmente i titoli di coda avendo saltato quasi un terzo dell’esperienza. Il consiglio della redazione è quello di restare “all’interno del percorso tracciato” finché vi è possibile, evitando di forzare troppo le serrature digitali del gioco.

COMPARTO TECNICO E ARTISTICO: L’ARTE DEL GLITCH CONTROLLATO
Dal punto di vista visivo e sonoro, The Remake of the End of the Greatest RPG of All Time è un trionfo di estetiche contrastanti che funzionano all’unisono in modo sorprendente. Il gioco vive di una doppia anima: da un lato, le sezioni JRPG offrono una pixel art a 16-bit deliziosa, coloratissima e ricca di carattere, accompagnata da una colonna sonora in finto chip-tune che vi regalerà istantaneamente i brividi nostalgici tipici dell’era SNES. Dall’altro, ci sono i segmenti in FMV (Full Motion Video) del falso documentario amatoriale, girati con una cura encomiabile e recitati in modo talmente genuino da strappare più di un sorriso, nonostante l’assurdità generale del contesto.

I dettagli per i veri appassionati si sprecano. Il gioco si rivela essere una gigantesca lettera d’amore non solo ai vecchi classici, ma anche ai capisaldi moderni del genere “meta”. Sparsi per le stanze o tra i file multimediali troverete un’infinità di easter egg, riferimenti grafici e chicche musicali che omaggiano perle del calibro di Undertale, Inscryption e Tunic. C’è persino un tocco di genialità visiva nel finto documentario, dove uno degli sviluppatori indossa proprio una t-shirt ufficiale di Tunic, a testimonianza della forte ispirazione alla base dell’opera.
Un plauso particolare va alla gestione dei finti problemi tecnici. Il titolo si prende apertamente gioco dei disastri produttivi dell’industria moderna — basti pensare al lancio disastroso della GTA Trilogy — simulando bug grafici, glitch del codice e crash improvvisi dell’applicazione.

Tuttavia, la vera magia risiede nel fatto che tutto questo è orchestrato e coreografato al millesimo.
Il software simula il caos ma in realtà è rifinitissimo e ottimizzato per girare fluidamente anche su configurazioni PC molto modeste.

L’unica, vera nota dolente per il pubblico nostrano riguarda la barriera linguistica.
Il titolo è disponibile esclusivamente in lingua inglese (interfaccia, testi del manuale e doppiaggio dei video). Trattandosi di un rompicapo interamente basato sulla comprensione di indizi testuali scritti a mano, dialoghi di sottofondo e sfumature di significato nei commenti dei registi, una buona padronanza della lingua è un requisito fondamentale per non rimanere bloccati fin dalle prime battute.

The Remake of the End of the Greatest RPG of All Time è un’operazione commerciale e artistica incredibilmente coraggiosa. Sotto la maschera dell’ennesimo remake nostalgico si cela in realtà una delle Escape Room virtuali più originali, divertenti e stratificate degli ultimi anni. È un titolo che costringe a ripensare il modo in cui giochiamo, un’avventura investigativa che richiede taccuino, intuito e la volontà di perdersi all’interno dei segreti di un software che finge di essere rotto per mostrare quanto sia, in realtà, straordinariamente solido.

C’è però un rovescio della medaglia. Sebbene l’incipit sia folgorante e le prime ore lascino a bocca aperta per la genialità delle situazioni, la sensazione che accompagna i titoli di coda è quella di un potenziale non espresso al 100%. Nell’ultima parte dell’avventura, alcune splendide idee di game design sembrano rimanere parzialmente sotto-espresse, dando l’impressione di una chiusura un po’ frettolosa o “ancora in fase di crisalide”.
Resta il fatto che Coin Drop Games e i suoi collaboratori hanno confezionato un’esperienza indie imperdibile per chiunque mastichi pane e metanarrativa. Non sarà un titolo adatto a tutti, ma se amate i giochi che vi stampano in testa domande anche dopo aver spento il PC, avete trovato pane per i vostri denti.

Conclusione
PRO
- Scrittura e metanarrativa geniali: Satira affilata sull’industria dei remake e demolizione costante della quarta parete.
- Struttura da Escape Room: Combattimenti e gestione dell’inventario si fondono in enigmi logici brillanti che richiedono veri appunti.
- Fascino del retro-hunting: L’incipit basato sull’ereditare un salvataggio altrui al 99% ricrea una perfetta atmosfera nostalgica.
- Glitch d’autore: I finti bug e i crash software sono programmati in modo divertente e senza compromettere la stabilità.
CONTRO
- Barriera linguistica totale: Gioco solo in inglese, ostico per chi non lo mastica data l’enorme quantità di indizi testuali e audio.
- Progressione fragile: I salti logici eccessivi possono anticipare i tempi, portando a vicoli ciechi o a finali prematuri.
VOTO: 8.5 / 10 – The Remake of the End of the Greatest RPG of All Time è una delle sorprese indie più folli e intelligenti dell’anno. Un puzzle game investigativo brillante che demolisce la quarta parete e si prende gioco dell’intera industria dei remake. Nonostante qualche piccola ingenuità nella progressione e un finale leggermente meno brillante delle premesse, si tratta di un acquisto caldamente consigliato a tutti gli amanti degli enigmi criptici e della cultura pop videoludica. Preparate la penna: c’è un codice da decifrare.




