Appena si avvia Mouse: P.I. For Hire, la sensazione non è quella di far partire un software, ma di far scorrere la pellicola di un vecchio proiettore dimenticato in una soffitta polverosa. Benvenuti a Mouseburg, una metropoli avvolta in un bianco e nero tanto ipnotico quanto letale. L’ambientazione è, senza ombra di dubbio, il vero asso nella manica di Fumi Games: un mix perfetto tra le atmosfere fumose dei romanzi noir e l’anarchia visiva dei primi cortometraggi Disney. Se avete amato Chi ha incastrato Roger Rabbit, vi sentirete immediatamente a casa tra questi vicoli dove il pericolo ha le orecchie tonde e i guanti bianchi.
Il cuore pulsante dell’esperienza è l’estetica Rubber Hose. Per i meno esperti, si tratta di quello stile tipico degli anni ’20 e ’30 in cui i personaggi sembrano fatti di “tubi di gomma”: niente articolazioni rigide, ma corpi che si allungano, ondeggiano e rimbalzano con una fluidità d’altri tempi. Vedere Jack Pepper correre e ricaricare mentre tutto intorno a lui “molleggia” a ritmo di jazz è una gioia per gli occhi. Ogni frame è una lettera d’amore all’animazione tradizionale, un dettaglio che eleva il titolo ben sopra la massa dei soliti sparatutto.
In questo scenario così peculiare si muove il nostro protagonista, Jack Pepper.
Jack è l’archetipo perfetto del detective hard-boiled: un ex poliziotto cinico, disilluso e perennemente in bolletta, con la battuta sempre pronta e un trench che ha visto giorni migliori. Ma non lasciatevi ingannare dalla sua scorza ruvida: sotto i pixel color inchiostro batte un cuore d’oro che lo spinge a cercare giustizia (e magari qualche dollaro) in una città dove la corruzione scorre più veloce del caffè. È lui il filo conduttore di una storia che parte come un semplice caso di sparizione per trasformarsi in qualcosa di molto più grande e pericoloso.
Gameplay: Frenesia da Boomer Shooter
Se l’estetica vi ha cullato con la sua eleganza retrò, il gameplay vi darà una sveglia brutale a suon di schiaffoni.
Mouse: P.I. For Hire non è un tranquillo simulatore di investigazione, ma un boomer shooter puro, velocissimo e terribilmente adrenalinico. Dimenticatevi di stare fermi a prendere la mira: qui si corre, si salta e si schivano proiettili come se non ci fosse un domani. La difficoltà è tarata verso l’alto: anche giocando a “Normale”, mi è capitato di finire al tappeto molto spesso. È un titolo punitivo che non perdona le distrazioni, ma che ripaga ogni morte con una voglia matta di ricominciare per ripulire quella stanza in modo perfetto.

Per sopravvivere ai bassifondi di Mouseburg, Jack può contare su un arsenale variegato che spazia dalle classiche Tommy Gun ai raggi congelanti. Ma il vero tocco di genio sono i potenziamenti. Tra una missione e l’altra, farete visita a Tammy, una giovane meccanica prodigio che, sporca di grasso e genio, trasformerà i vostri rottami in macchine da guerra. E se le armi non bastano? C’è il caffè. In una delle trovate più assurde e divertenti del gioco, bere una tazza di questa bevanda trasforma Jack in una furia cartoonesca capace di sparare proiettili direttamente dalle dita, mimando il gesto della pistola. È un momento di puro delirio visivo che incarna perfettamente l’anima folle della produzione.

Nonostante la natura frenetica, il gioco sa quando tirare il freno e invitarvi all’esplorazione. I livelli non sono semplici corridoi, ma presentano bivi e aree segrete che premiano i giocatori più curiosi. Trovare i collezionabili non è solo un esercizio di stile per completisti: ogni oggetto recuperato aiuta a espandere la lore della città, svelando retroscena su personaggi e complotti che rendono la storia molto più profonda di quanto appaia inizialmente. Cercare questi segreti diventa una caccia al tesoro appagante, un momento di respiro necessario tra una sventagliata di mitra e l’altra.

Il fattore divertimento: l’esperienza “Gigi”
Al di là dei tecnicismi, la vera domanda è: quanto ci si diverte davvero? La risposta è: tantissimo.
Durante la mia prova ho avuto al mio fianco Gigi, e vederlo approcciarsi a questo titolo è stato un esperimento sociale esilarante. Gigi viene dal mondo di Call of Duty: è un giocatore “pro”, abituato alla precisione chirurgica, ai riflessi millimetrici e a una logica di sparatutto moderno e quadrato. Io, al contrario, non amo particolarmente gli FPS e mi definisco decisamente più “nabba” nel genere. Eppure, Mouse ci ha uniti in un caos incredibile.

Il contrasto tra i nostri stili è stato la chiave del divertimento. Mentre io cercavo di sopravvivere con un approccio più cauto (morendo comunque spesso, data la difficoltà punitiva), è stato divertentissimo vedere un veterano di CoD come Gigi impazzire letteralmente davanti alla frenesia del gioco.
Nonostante la sua esperienza, il ritmo di Mouse è così forsennato e “molleggiato” da mandare in cortocircuito chiunque sia abituato a sparatutto più realistici. Le traiettorie dei proiettili, i nemici che saltano ovunque e l’assenza totale di gravità logica creano una sfida che livella i giocatori: non importa quanto tu sia bravo a mirare, qui devi imparare a danzare nel caos.

Anche se il titolo di Fumi Games è un’esperienza per giocatore singolo, ha quella rara capacità di diventare un gioco “da divano”. Scambiarsi il pad dopo ogni morte o semplicemente commentare le morti spettacolari di Jack Pepper trasforma la sessione in uno show. C’è qualcosa di intrinsecamente comico nel vedere un giocatore esperto andare in confusione perché un nemico lo ha colpito con una tecnica uscita da un cartone animato del 1930. È proprio questa capacità di far convivere l’approccio “pro” e quello più amatoriale, uniti dal comune denominatore delle risate, a rendere Mouse un’esperienza speciale che trascende il semplice genere FPS.

Curiosità: Tra omaggi e chicche d’autore
Non si può chiudere questa analisi senza menzionare l’incredibile lavoro di ricerca e citazionismo svolto da Fumi Games. Ecco alcune chicche che i giocatori più attenti non potranno fare a meno di notare:
- A ritmo di Jazz: Il comparto sonoro non è solo un sottofondo, ma parte integrante del gameplay. Se prestate attenzione, il “molleggio” costante di Jack e degli elementi a schermo è spesso sincronizzato con il tempo della colonna sonora Swing e Jazz. Un dettaglio tecnico che rende l’azione quasi ipnotica e trasforma ogni sparatoria in una sorta di danza balistica.
- L’eredità di Cuphead: Se lo stile Rubber Hose è tornato prepotentemente di moda nel gaming, il merito è del capolavoro di Studio MDHR. Mouse: P.I. For Hire ne raccoglie idealmente il testimone: se avete amato la cura maniacale per i disegni fatti a mano di Cuphead, qui troverete lo stesso livello di eccellenza, ma trasposto in un mondo 3D dove ogni frame sembra un fotogramma restaurato degli anni ’30.
- Lettera d’amore ai Boomer Shooter: Il gioco è letteralmente tappezzato di riferimenti ai mostri sacri del genere. Gli sviluppatori non hanno nascosto l’influenza di DOOM e Duke Nukem: tra segreti nascosti dietro muri sospetti e alcune animazioni di morte dei nemici, il DNA degli sparatutto anni ’90 scorre potente nelle vene di Jack Pepper.
- Un arsenale… “animato”: Avete notato il rampino? Jack non usa un gadget tecnologico, ma sfrutta la sua stessa coda! È un dettaglio piccolo ma geniale che sottolinea la natura cartoonesca del protagonista. Per non parlare del potenziamento delle molle sotto le scarpe, un chiaro omaggio alla fisica impossibile dei vecchi corti di Tom & Jerry o Wile E. Coyote.

Le crepe nel muro: i “piccoli nei”
Non è tutto oro quel che luccica, o meglio, non è tutto inchiostro di prima qualità. Nonostante l’entusiasmo travolgente, Mouse: P.I. For Hire porta con sé alcune sbavature che, se corrette, avrebbero reso l’esperienza davvero impeccabile.
Si tratta di dettagli che saltano all’occhio proprio perché il resto della produzione è curato in modo maniacale.

Una città bellissima, ma un po’ immobile
Il primo punto critico riguarda proprio la splendida Mouseburg. Se da lontano la città sembra un set vibrante e ricco di atmosfera, non appena si prova a interagire con l’ambiente emerge una certa staticità di fondo. Gli abitanti che si incontrano per strada, pur essendo disegnati divinamente, si comportano spesso come cartone sagomato: rimangono fermi nelle loro posizioni, non reagiscono se provi a colpirli e non interagiscono minimamente con il giocatore.
L’esempio più lampante è la stazione: vedi passare il treno, ma nessuno sale e nessuno scende; la vita cittadina sembra congelata in un loop estetico. Avrei preferito una città più “viva” e dinamica, dove il caos delle sparatorie trovasse un riscontro reale nel comportamento dei passanti, rendendo l’immersione totale invece di farci sentire a tratti dentro un meraviglioso diorama immobile.

Il gioco di carte: un fuoricampo mancato
L’altra nota dolente riguarda il minigioco di carte da baseball. L’idea di base è vincente: legare i collezionabili a una meccanica di gioco secondaria è un ottimo modo per incentivare l’esplorazione. Tuttavia, la realizzazione pratica lascia a desiderare. Il gioco risulta fin da subito ostico e poco intuitivo, con regole che non vengono spiegate in modo fluido e una difficoltà che scoraggia rapidamente chi non ha voglia di investirci ore.
In un titolo che fa della frenesia e dell’adrenalina il suo marchio di fabbrica, trovarsi davanti a un tavolo verde così macchinoso spezza troppo il ritmo. È un’aggiunta carina sulla carta, ma che personalmente non ho amato e che molti giocatori potrebbero finire per ignorare dopo le prime, confuse partite. Un vero peccato, perché il potenziale per un “Gwent in salsa noir” c’era tutto.

Conclusione
In un mercato spesso saturo di seguiti tutti uguali e produzioni che giocano troppo sul sicuro, abbiamo un disperato bisogno di titoli come Mouse: P.I. For Hire.
Il lavoro di Fumi Games è una boccata d’aria fresca (anche se profuma di sigari e polvere da sparo) che dimostra come il coraggio artistico e una personalità forte possano trasformare uno sparatutto in un’esperienza memorabile.
Giocarlo è un atto d’amore verso il medium videoludico: abbiamo bisogno di più progetti con questa personalità e questo spirito d’iniziativa. Al netto di una città che avremmo voluto più vibrante e di un gioco di carte non proprio riuscitissimo, il titolo conquista per la sua capacità di farci sorridere mentre sudiamo sette camicie per sopravvivere. È un’esperienza che regala momenti di puro delirio, citazioni colte e quella soddisfazione viscerale che solo i grandi FPS sanno offrire.
PRO:
- Direzione artistica magnetica e unica nel suo genere.
- Gameplay frenetico, divertente e super appagante.
- Pieno di citazioni e riferimenti nostalgici (stile Roger Rabbit).
- Ottimo bilanciamento tra atmosfere noir e umorismo folle.
CONTRO:
- Interattività con gli NPC quasi nulla: la città a volte sembra un set cinematografico vuoto.
- Il minigioco delle carte da baseball è frustrante e poco intuitivo.
- Livello di difficoltà che potrebbe scoraggiare i meno esperti nelle fasi avanzate.
VOTO: 9 / 10 – Mouse: P.I. For Hire è un gioiello di stile e divertimento. Va premiato per il coraggio, l’ambientazione e le risate che regala. Ci vorrebbero davvero più giochi così!

