Dog in the Machine è un roguelite tattico a turni sviluppato da Studio Chahut e pubblicato da Goblinz Publishing.
Nei panni di un AutoDog, ci troviamo in una megalopoli meccanica distopica e dobbiamo trovare un modo per fuggire e ricongiungerci con i nostri umani, esiliati dalla città. Il gioco combina combattimenti su griglia, deckbuilding e reazioni a catena, mettendo al centro dell’esperienza l’osservazione del campo di battaglia e la capacità di prevedere le conseguenze delle proprie azioni.
Dopo aver trascorso diverse ore tra combattimenti, nuove abilità e combinazioni da provare, ho trovato una formula che punta soprattutto sulla libertà di adottare approcci differenti e sulla soddisfazione di costruire la sequenza di mosse più efficace. Le battaglie richiedono infatti di osservare attentamente ciò che ci circonda e sfruttare a nostro vantaggio gli elementi presenti sulla griglia, trasformando spesso uno scontro in una sorta di piccolo puzzle tattico.
In questa recensione analizzerò più da vicino il gameplay, la direzione artistica, l’atmosfera e la rigiocabilità di Dog in the Machine, raccontandovi come mi sono trovato con la sua particolare formula.
Trama e ambientazione
La storia è ambientata ad Automatown, una città futuristica dominata da robot e macchine, dove il nostro AutoDog si ritrova a dover cercare una via di fuga. L’ambientazione prende alcuni elementi tipici della fantascienza distopica e li rielabora attraverso uno stile volutamente colorato e ironico.
Il contrasto tra l’aspetto della città e il tono più leggero dei suoi abitanti è uno degli elementi che ho apprezzato maggiormente. Da una parte troviamo un mondo dominato dalle macchine e apparentemente freddo e controllato, dall’altra personaggi e situazioni che mantengono un’atmosfera più leggera e spesso simpatica. La presenza dei cani robotici contribuisce inoltre a rendere il mondo di gioco immediatamente riconoscibile.

La componente narrativa rimane comunque secondaria rispetto al gameplay. I personaggi che si incontrano durante il viaggio aggiungono qualche elemento al contesto di Automatown e alla storia della città, ma sono soprattutto gli ambienti a ricoprire un ruolo importante nell’esperienza.
Nastri trasportatori, ostacoli e altri elementi dello scenario non sono infatti semplici elementi decorativi: imparare a sfruttarli può fare la differenza durante una battaglia. Automatown diventa così parte integrante degli scontri, spingendoci a osservare ciò che ci circonda e a capire come trasformarlo in un vantaggio.

Gameplay
È soprattutto nel gameplay che Dog in the Machine mostra la sua identità. Gli scontri si svolgono su griglie compatte, dove il posizionamento del nostro AutoDog e quello dei nemici sono fondamentali per costruire una strategia efficace.
Non si tratta quindi semplicemente di scegliere quale avversario attaccare: ogni movimento può modificare la situazione sul campo e bisogna tenere conto degli ostacoli, delle interazioni ambientali e delle possibili conseguenze delle proprie azioni. Questa componente di pianificazione rende gli scontri più ragionati rispetto a quanto potrebbe suggerire l’aspetto colorato del gioco.

Uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente è il sistema delle reazioni a catena. Le mappe possono contenere nastri trasportatori, pulsanti, ostacoli esplosivi e altri elementi capaci di interagire con il nostro personaggio e con i nemici. Una singola azione può quindi innescare una sequenza di eventi e modificare rapidamente la situazione sul campo.
Riuscire a prevedere queste interazioni e sfruttarle nel momento giusto dà una soddisfazione particolare, soprattutto quando una soluzione permette di eliminare più avversari attraverso una combinazione di movimenti e reazioni ambientali.
A questo si aggiunge il sistema dei Tricks, che permette di personalizzare progressivamente le capacità dell’AutoDog. Nel corso delle run è possibile acquisire nuove abilità e combinarle per creare configurazioni differenti, costruendo progressivamente un set di possibilità più vicino al proprio stile di gioco.

Una delle caratteristiche che ho trovato più utili è la preview in tempo reale. Prima di confermare una sequenza di azioni, il gioco permette infatti di vedere come dovrebbe svilupparsi, dando la possibilità di modificare o annullare la propria strategia prima di impegnarsi definitivamente.
Questa soluzione cambia sensibilmente il modo di affrontare gli scontri. Invece di procedere alla cieca e subire immediatamente le conseguenze di una mossa sbagliata, possiamo valutare diverse possibilità prima di scegliere quella più efficace. Gli errori risultano così meno frustranti e il sistema incoraggia a ragionare sulle alternative disponibili.
Personalmente, ho apprezzato questa scelta soprattutto negli scontri più complessi, quando le numerose interazioni presenti sulla griglia rendono difficile prevedere immediatamente il risultato di una sequenza di mosse.

Difficoltà e progressione
La difficoltà di Dog in the Machine non dipende tanto dai riflessi o dalla gestione delle statistiche, quanto dalla capacità di trovare la soluzione più efficace per ogni situazione. Mi è capitato spesso di dovermi fermare qualche secondo per osservare la griglia, valutare le possibili interazioni e capire quale sequenza di azioni potesse portare al risultato migliore.
Per questo motivo, alcuni scontri finiscono per assomigliare a piccoli puzzle tattici. Una situazione che inizialmente può sembrare sfavorevole può essere ribaltata individuando la combinazione giusta e sfruttando correttamente ciò che offre la mappa. Il risultato è un sistema che premia soprattutto il ragionamento, più che la velocità nell’eseguire le mosse.
La progressione aggiunge poi un ulteriore livello di strategia. Nel corso delle run possiamo ottenere nuove possibilità per personalizzare il nostro AutoDog e provare configurazioni differenti, rendendo ogni partita un’occasione per cambiare approccio.
La struttura roguelite contribuisce inoltre alla varietà dell’esperienza: le diverse situazioni che si incontrano durante le partite e le 8 razze di cani giocabili ampliano le possibilità a disposizione, mentre la progressione permanente permette di portare avanti alcuni miglioramenti anche tra una run e l’altra.

Grafica e design
Dal punto di vista visivo, Dog in the Machine adotta uno stile cartoon 2.5D, caratterizzato da colori vivaci e da un design volutamente leggero. Questa scelta si sposa bene con il tono generale del gioco: anche in un’ambientazione dominata dalle macchine, personaggi e scenari mantengono un aspetto piacevole e spesso ironico.

Ad avermi convinto particolarmente è però la leggibilità degli elementi presenti nelle mappe. In un gioco in cui ostacoli, trappole e oggetti interattivi possono influenzare direttamente lo svolgimento di uno scontro, è importante riuscire a distinguere rapidamente ciò che ci circonda.
Il design riesce a mantenere abbastanza chiari questi elementi, permettendo di concentrarsi sulla pianificazione senza dover interpretare continuamente ciò che appare sul campo.

Audio
Dal punto di vista sonoro, Dog in the Machine accompagna bene l’azione senza cercare di diventare protagonista. Gli effetti sonori aiutano a rendere più riconoscibili le azioni sul campo, comprese le collisioni e le diverse interazioni che possono verificarsi durante uno scontro.
La componente musicale si inserisce invece nel tono generale dell’esperienza, contribuendo a mantenere quell’atmosfera futuristica e ironica che caratterizza Automatown. Nel complesso, l’audio svolge quindi il proprio compito senza diventare un elemento centrale dell’esperienza.
Per quanto riguarda le lingue, l’italiano non è supportato. La versione completa include interfaccia e sottotitoli in inglese, francese, tedesco, giapponese, coreano e cinese semplificato.

Longevità e rigiocabilità
È soprattutto la struttura roguelite a dare a Dog in the Machine una buona dose di longevità. La possibilità di affrontare nuovamente il gioco cambiando abilità, combinazioni e stile di gioco contribuisce infatti a rendere le run differenti tra loro.
La generazione procedurale dei livelli, le 8 razze di cani giocabili e la progressione permanente ampliano ulteriormente le possibilità offerte dal gioco. Una volta conclusa una run, è possibile tornare a giocare per provare nuove combinazioni, adottare strategie differenti o affrontare livelli di difficoltà più elevati.
Questa struttura dà quindi al gioco una buona componente di rigiocabilità e si adatta bene alla sua natura strategica, contribuendo a mantenere l’esperienza interessante anche dopo le prime partite.
Conclusioni
Dog in the Machine propone una formula tattica particolare, costruita attorno alla pianificazione delle azioni e alla possibilità di sfruttare le numerose interazioni presenti nelle mappe. Il sistema richiede un po’ di tempo per essere assimilato, ma una volta comprese le sue dinamiche offre una buona libertà di sperimentazione.
La struttura roguelite, le diverse possibilità di personalizzazione e la generazione procedurale dei livelli sostengono la rigiocabilità, mentre la componente narrativa rimane in secondo piano rispetto agli scontri.
Nel complesso, Dog in the Machine è una proposta indirizzata soprattutto a chi apprezza i giochi strategici basati sulla pianificazione e sulla ricerca della soluzione più efficace per ogni situazione.
Tattico e Originale
✓ PRO
- Sistema di combattimento originale
- Ottima leggibilità delle azioni
- Personalizzazione delle abilità
- Direzione artistica riconoscibile
- Buona rigiocabilità
✗ CONTRO
- La storia è meno centrale del gameplay
- Il sistema richiede un po’ di apprendimento
- Mancanza dell’italiano
About The Author
Dog in the Machine
Dog in the Machine è un roguelite tattico a turni che combina combattimenti su griglia, deckbuilding e reazioni a catena.
Brand di prodotto: Studio Chahut
Prodotto in magazzino: InStock
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