Call of Duty è una di quelle serie che non ha bisogno di troppe presentazioni, ma ogni nuovo capitolo porta con sé aspettative sempre più alte. Con Black Ops 7, Activision, Treyarch e Raven Software hanno scelto di ampliare ulteriormente una formula ormai consolidata, mettendo sul piatto una campagna pensata anche per essere affrontata in cooperativa, un nuovo Endgame, una modalità Zombies particolarmente ambiziosa e un comparto multiplayer competitivo ricco di contenuti. Insomma, questa volta le cose da fare non mancano di certo.
Dopo aver trascorso diverse ore tra scontri a fuoco, missioni, orde di non-morti e partite online, mi sono quindi trovata davanti a un Call of Duty difficile da racchiudere in una sola esperienza. Black Ops 7 prova infatti a soddisfare esigenze molto diverse, alternando il ritmo della campagna alla frenesia del multiplayer e alla progressione più ragionata di Zombies e dell’Endgame. Quattro modi di vivere lo stesso universo che, pur partendo da basi differenti, contribuiscono a costruire un pacchetto pensato soprattutto per essere giocato a lungo.
La domanda, a questo punto, è inevitabile: tutta questa quantità di contenuti riesce davvero a trasformarsi in qualità? Black Ops 7 ha abbastanza idee per distinguersi dai capitoli precedenti oppure alcune delle sue novità rischiano di perdersi all’interno di un’offerta così ricca? Dopo aver esplorato le sue diverse modalità, è arrivato il momento di raccontarvi la mia esperienza con Call of Duty: Black Ops 7 e capire insieme dove questa nuova guerra riesce a convincere e dove, invece, mostra qualche limite.

Il ritorno di una vecchia minaccia
La Campagna di Black Ops 7 prende una direzione piuttosto diversa rispetto a quella che mi sarei aspettata dopo aver giocato il precedente capitolo. L’ambientazione ci porta nel 2035, dieci anni dopo gli eventi che hanno segnato Black Ops 6, con David Mason nuovamente al centro di una storia che parte da una minaccia tanto concreta quanto difficile da comprendere. Il ritorno di Raul Menendez riapre infatti vecchie ferite e trascina la squadra in una nuova operazione che coinvolge la Gilda, una potente corporazione tecnologica guidata da Emma Kagan e intenzionata a portare avanti i propri interessi attraverso tecnologie sempre più avanzate.
La prima differenza evidente, però, non riguarda tanto la storia quanto il modo in cui questa viene affrontata. Black Ops 7 è stato concepito per mettere maggiormente in risalto la componente cooperativa, permettendoci di affrontare la Campagna insieme ad altri giocatori e condividendo anche parte della progressione. È una scelta che modifica inevitabilmente il ritmo dell’avventura, perché alcune situazioni sembrano essere costruite proprio per creare momenti di collaborazione e confusione sul campo di battaglia, mentre altre mantengono quella struttura più lineare e spettacolare che ormai rappresenta una costante della serie.
Gli undici capitoli che compongono la Campagna alternano quindi scontri molto frenetici a situazioni più particolari, lasciando spazio anche a boss fight, abilità da sbloccare e ambientazioni che in alcuni momenti provano ad allontanarsi dal classico percorso fatto di corridoi e sparatorie. È soprattutto quando Black Ops 7 decide di giocare con la percezione del giocatore che l’esperienza riesce a cambiare davvero volto, introducendo sequenze legate alle allucinazioni e all’Etere che ci trascinano in scenari completamente diversi dal contesto bellico tradizionale.
Dal punto di vista narrativo, invece, ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a una Campagna più interessata a mantenere alto il ritmo che a costruire una storia particolarmente profonda. I personaggi hanno il loro spazio e alcuni avvenimenti cercano di approfondirne il passato, ma il racconto procede spesso in maniera diretta, lasciando che siano soprattutto le situazioni di gioco a portare avanti l’esperienza. È un approccio che può funzionare se affrontato con lo spirito giusto, soprattutto quando si gioca in compagnia, ma che allo stesso tempo rende più difficile ritrovare quella componente da spy story che aveva caratterizzato maggiormente il capitolo precedente.
La Campagna, insomma, rappresenta soprattutto il punto di partenza di un’offerta molto più ampia. Black Ops 7 non sembra volerci trattenere per decine di ore attraverso la sola storia, ma utilizza questa modalità per introdurre personaggi, ambientazioni e meccaniche che ritroveremo anche nel resto dell’esperienza. Ed è proprio questa scelta a rendere interessante capire come funzionano concretamente le missioni e quanto la componente cooperativa riesca a valorizzare un impianto che, preso singolarmente, rimane comunque piuttosto tradizionale.

Quando Black Ops 7 rompe gli schemi
Se c’è un aspetto in cui la Campagna di Black Ops 7 riesce a trovare una propria identità, è sicuramente nel modo in cui prova a spezzare la classica successione di sparatorie a cui la serie ci ha abituati. Il gunplay rimane naturalmente al centro dell’esperienza, con armi reattive e scontri che raramente lasciano spazio a momenti di vera tranquillità, ma attorno a questa solida base Treyarch e Raven Software hanno costruito situazioni che cercano di rendere le missioni più varie e imprevedibili.
Durante il percorso non mancano infatti abilità speciali, equipaggiamenti e possibilità di personalizzare il proprio approccio agli scontri. Non si tratta di trasformare Black Ops 7 in uno sparatutto completamente diverso, quanto piuttosto di aggiungere qualche elemento capace di modificare il modo in cui affrontiamo determinati momenti. In cooperativa, poi, queste possibilità acquistano ancora più valore, perché coordinarsi con gli altri giocatori permette di sfruttare meglio le abilità e di gestire situazioni che possono diventare rapidamente caotiche.
A convincermi maggiormente sono però le sequenze in cui il gioco decide di abbandonare temporaneamente il campo di battaglia tradizionale. Le allucinazioni diventano infatti uno strumento per modificare completamente ciò che abbiamo davanti agli occhi, trasformando gli ambienti e introducendo scenari che sembrano appartenere a un’altra dimensione. È una soluzione che permette alla Campagna di giocare con la percezione e di creare momenti visivamente più folli, senza rinunciare alla componente action che rimane il suo vero punto di riferimento.
Anche le ambientazioni contribuiscono a questa varietà. Alcune missioni seguono una struttura più lineare e spettacolare, mentre altre lasciano maggiore libertà di movimento e permettono di esplorare aree più ampie alla ricerca di un modo per raggiungere l’obiettivo. Non siamo davanti a una rivoluzione della formula, ma è sufficiente per evitare che l’intera avventura si trasformi in una lunga sequenza di corridoi e nemici da abbattere uno dopo l’altro.
A completare il quadro ci pensano poi le boss fight, che rappresentano alcuni dei momenti più spettacolari della Campagna. Sono scontri che interrompono il ritmo abituale e richiedono un approccio leggermente diverso dal semplice avanzare con il fucile spianato. Insieme alle abilità e alle situazioni più surreali, contribuiscono a dare alla Campagna quella varietà di cui ha bisogno, soprattutto considerando una durata che non punta sulla quantità ma sulla possibilità di offrire un’esperienza intensa e immediata.
È proprio qui che ho percepito maggiormente la filosofia di Black Ops 7: non reinventare completamente la Campagna, ma cercare di renderla più dinamica attraverso una serie di idee che funzionano soprattutto quando vengono vissute insieme. Alcune sono più riuscite di altre, ma nel complesso riescono a dare alle missioni una personalità che va oltre la semplice spettacolarità tipica della serie.

Avalon è solo l’inizio
Una volta terminata la Campagna, Black Ops 7 non ci invita semplicemente a tornare al menu principale e scegliere un’altra modalità. Al contrario, la storia apre la strada a un’esperienza completamente diversa, ambientata ad Avalon, una grande metropoli mediterranea controllata dalla Gilda. È qui che entra in gioco l’Endgame, una modalità che cambia ritmo e struttura e che rappresenta una delle aggiunte più interessanti dell’intero pacchetto.
L’idea alla base è quella di lanciarci nella mappa con una squadra, scegliere il nostro operatore e iniziare a esplorare un territorio diviso in diverse zone, ognuna caratterizzata da un livello di difficoltà crescente. Non abbiamo quindi davanti una serie di missioni da seguire in ordine, ma uno spazio molto più aperto nel quale decidere autonomamente come muoverci e quali attività affrontare. Possiamo dedicarci agli incarichi presenti sulla mappa, assaltare gli insediamenti della Gilda, cercare equipaggiamento migliore oppure semplicemente spingerci verso aree più pericolose nella speranza di ottenere ricompense più interessanti.
A rendere ogni spedizione ancora più movimentata ci pensa un timer che limita il tempo a nostra disposizione. L’esposizione alla tossina aumenta progressivamente e ci costringe quindi a valutare con attenzione quanto vogliamo rischiare prima di cercare un punto di estrazione. È proprio questo elemento a cambiare il modo in cui si affronta Avalon: sapere di poter perdere parte di ciò che abbiamo raccolto spinge a prendere decisioni rapide, soprattutto quando siamo riusciti a ottenere un equipaggiamento particolarmente utile e non vogliamo vanificare la spedizione.
Il sistema di progressione aggiunge poi un ulteriore livello di profondità. Durante le partite possiamo migliorare la nostra potenza combattiva, trovare armi più efficaci e costruire gradualmente una configurazione adatta al nostro stile di gioco. Anche gli operatori hanno caratteristiche differenti e possono essere sviluppati attraverso abilità e potenziamenti che permettono di creare vere e proprie build. Si passa quindi da una semplice ricerca di equipaggiamento a una gestione più ragionata delle proprie risorse, soprattutto quando si decide di affrontare le zone più impegnative.
La cosa che ho apprezzato maggiormente è proprio questa libertà. L’Endgame non ci obbliga a seguire un’unica strada e lascia che sia la squadra a decidere quanto spingersi oltre. Possiamo giocare in maniera prudente, concentrandoci sull’obiettivo e cercando di tornare all’estrazione con il bottino accumulato, oppure rischiare qualcosa in più per aumentare la nostra potenza e affrontare avversari e attività più impegnative. Naturalmente, più ci allontaniamo dalle zone sicure, maggiore diventa la possibilità di trovarci in situazioni difficili da gestire.
Nonostante gli sviluppatori abbiano evitato di definirlo semplicemente come un extraction shooter, alcuni dei suoi elementi richiamano inevitabilmente questo genere: entriamo, raccogliamo risorse, completiamo attività, miglioriamo il nostro equipaggiamento e decidiamo quando è il momento di andarcene. La differenza sta soprattutto nel modo in cui Black Ops 7 inserisce questa struttura all’interno del proprio universo, trasformandola in un’esperienza che può essere affrontata più volte e che punta molto sulla collaborazione tra giocatori.
Dopo una Campagna relativamente lineare, trovare ad aspettarci un’area così ampia e ricca di possibilità rappresenta quindi un cambio di ritmo significativo. Avalon diventa una sorta di ponte tra la componente narrativa e quella più longeva del gioco, offrendo un motivo concreto per continuare a tornare sul campo anche dopo aver visto i titoli di coda. Ed è proprio la sua capacità di cambiare a ogni spedizione che rende questo Endgame una delle sorprese più interessanti di Black Ops 7.

Quanto siamo disposti a rischiare?
La vera particolarità dell’Endgame, però, non si trova soltanto nelle dimensioni di Avalon o nella quantità di attività disponibili, ma nel modo in cui ci spinge a decidere quanto vogliamo rischiare durante ogni spedizione. All’inizio può essere semplice concentrarsi sugli obiettivi più vicini, raccogliere qualche risorsa e dirigersi verso l’estrazione, ma più la nostra squadra diventa forte e più cresce la tentazione di spingersi oltre, entrando nelle zone dove le ricompense sono migliori e gli avversari decisamente più pericolosi.
Questo sistema crea una progressione che non si limita al semplice aumento del livello del personaggio. La potenza combattiva diventa infatti un elemento fondamentale per capire quanto possiamo permetterci di osare, mentre armi, equipaggiamenti e potenziamenti permettono di costruire gradualmente una configurazione più adatta alle nostre esigenze. A questo si aggiungono le abilità degli operatori, che possono essere sviluppate durante le partite e trasformare una semplice squadra di quattro giocatori in un gruppo molto più organizzato.
È soprattutto quando si inizia a ragionare sulle build che l’Endgame mostra il suo lato più interessante. Un operatore può essere orientato maggiormente verso l’offensiva, un altro può diventare più utile nel supporto della squadra e altri ancora possono essere costruiti per resistere maggiormente ai danni o affrontare situazioni specifiche. Non siamo quindi obbligati a utilizzare tutti gli operatori nello stesso modo e questo lascia spazio a una certa libertà nella costruzione della squadra, soprattutto quando si affrontano le aree più avanzate della mappa.
Anche l’estrazione assume così un significato diverso. Non si tratta semplicemente di concludere una partita, ma di scegliere il momento giusto per farlo. Continuare a giocare significa avere la possibilità di ottenere qualcosa in più, ma allo stesso tempo esporsi a nuovi nemici, consumare risorse e rischiare di perdere parte dei progressi ottenuti. È una dinamica semplice da comprendere, ma efficace nel creare quella tensione che spesso manca nelle modalità più tradizionali della serie.
Il risultato è un’esperienza che, soprattutto giocata in compagnia, riesce a creare situazioni molto diverse tra loro. Una spedizione può trasformarsi in una corsa contro il tempo, mentre quella successiva può diventare una lunga ricerca di equipaggiamento e potenziamenti prima di affrontare una zona più difficile. Non tutte le attività hanno lo stesso peso e non ogni partita riesce necessariamente a sorprendere, ma la struttura lascia comunque abbastanza libertà da rendere ogni sessione potenzialmente diversa dalla precedente.
È qui che l’Endgame trova la sua ragione d’essere. Non cerca semplicemente di aggiungere qualche ora alla Campagna, ma introduce un sistema pensato per essere ripetuto e approfondito nel tempo. E considerando quanto Black Ops 7 punti sulla longevità dell’intero pacchetto, avere una modalità capace di unire esplorazione, progressione, cooperazione e rischio rappresenta sicuramente un elemento importante della sua offerta.

Zombies torna alle origini, ma con qualche sorpresa
Con Zombies, Black Ops 7 torna alla struttura a round e lo fa senza stravolgere una formula che, per sua natura, continua a funzionare proprio grazie alla sua immediatezza. Si parte da una mappa, si eliminano gli Zombie, si raccolgono punti, si sbloccano nuove aree e si cerca di costruire il proprio equipaggiamento prima che le orde diventino troppo difficili da gestire. La vera differenza, quindi, non sta nel concetto di base, ma in tutto quello che Treyarch costruisce intorno a questa struttura.
Dal punto di vista del gameplay, la modalità mantiene un ritmo molto più ragionato rispetto al multiplayer. Nei primi round abbiamo il tempo di esplorare, accumulare risorse e prepararci, ma andando avanti la situazione cambia rapidamente e diventa necessario avere una configurazione capace di reggere il crescente numero di nemici. Armi, potenziamenti e abilità assumono quindi un’importanza concreta, soprattutto quando iniziano a comparire nemici più resistenti e le aree della mappa diventano sempre più difficili da gestire.
Una delle cose che ho apprezzato maggiormente è proprio la quantità di strumenti messi a disposizione durante una partita. Black Ops 7 non si limita a farci migliorare le armi, ma permette di costruire progressivamente un equipaggiamento più completo, con abilità e strumenti che possono cambiare il modo in cui affrontiamo determinate situazioni. Questo rende particolarmente interessante sperimentare configurazioni diverse, soprattutto quando si gioca in squadra e ogni giocatore può assumere un ruolo differente all’interno del gruppo.
Anche il level design delle mappe ha un peso importante. Sbloccare una nuova area non significa soltanto avere più spazio per muoversi, ma spesso permette di accedere a nuove possibilità per potenziare il proprio equipaggiamento e affrontare meglio i round successivi. Allo stesso tempo, conoscere gli spazi diventa fondamentale quando il numero di Zombie aumenta: sapere dove muoversi, quali percorsi utilizzare e dove evitare di rimanere chiusi può fare la differenza tra una partita riuscita e un Game Over improvviso.
Naturalmente non mancano gli Easter Egg e gli obiettivi secondari, che rappresentano ormai una componente fondamentale dell’esperienza Zombies. È qui che la modalità riesce a diventare qualcosa di più di una semplice sopravvivenza a ondate, spingendoci a osservare la mappa, cercare indizi e sperimentare con gli elementi presenti nell’ambiente. Non tutto è immediatamente comprensibile e proprio questo contribuisce a creare quella sensazione di scoperta che ha accompagnato la modalità negli anni.
A questo si aggiungono gli scontri con i boss, che interrompono il normale ritmo dei round e richiedono un approccio differente. In queste situazioni non basta semplicemente continuare a sparare: bisogna capire come gestire lo spazio, utilizzare correttamente le proprie abilità e soprattutto arrivare allo scontro con una configurazione sufficientemente potente. Sono momenti che funzionano proprio perché rappresentano una sorta di verifica di tutto quello che abbiamo costruito durante la partita.
Black Ops 7 amplia inoltre l’esperienza Zombies con una nuova campagna ambientata nell’Etere Oscuro, strutturata in maniera più vicina a una serie di missioni cooperative. Qui il ritmo cambia completamente: invece di rimanere concentrati esclusivamente sulla sopravvivenza a round, ci troviamo ad affrontare sequenze più lineari, combattimenti contro grandi gruppi di nemici, veicoli e situazioni decisamente più spettacolari. È un’aggiunta interessante perché permette di vivere l’universo Zombies da una prospettiva diversa senza sostituire la modalità principale.
Nel complesso, quindi, Zombies è probabilmente una delle componenti più complete di Black Ops 7. Non perché reinventi la formula a round, ma perché prende una struttura ormai consolidata e la riempie di attività, sistemi e possibilità sufficienti a renderla interessante anche sul lungo periodo. È una modalità nella quale il vero divertimento arriva soprattutto quando si inizia a conoscere la mappa, a sperimentare con le build e a spingersi sempre più avanti, magari insieme agli amici.

Un multiplayer che punta tutto sul movimento
Il multiplayer di Black Ops 7 è probabilmente la componente più immediata dell’intera esperienza. Qui Treyarch e Raven Software non hanno bisogno di reinventare la formula, ma lavorano soprattutto su ciò che rende gli scontri più dinamici e veloci. Il gunplay rimane preciso e reattivo, mentre il sistema di movimento torna a essere uno degli elementi centrali del gameplay, soprattutto grazie all’evoluzione dell’Omnimovement e all’introduzione del wall jump.
La sensazione con le armi è quella che ci si aspetta da un Call of Duty moderno: gli scontri sono rapidi, il tempo necessario per eliminare un avversario è generalmente contenuto e ogni errore può essere punito in pochi istanti. Questo rende fondamentale la precisione, ma anche la capacità di muoversi correttamente nello spazio. Non basta quindi avere una buona mira, perché Black Ops 7 premia anche chi riesce a sfruttare scivolate, salti e cambi di direzione per creare un vantaggio durante lo scontro.
L’aggiunta del wall jump si inserisce proprio in questa filosofia. Non è una meccanica che trasforma completamente il modo di giocare, ma amplia ulteriormente le possibilità di movimento e rende alcuni scontri ancora più imprevedibili. In determinate situazioni può permettere di sorprendere un avversario, cambiare rapidamente posizione o evitare di rimanere troppo esposti. Naturalmente questo contribuisce anche ad aumentare il ritmo generale, quindi chi preferisce un approccio più statico può avere qualche difficoltà ad adattarsi alle partite più frenetiche.
Anche il design delle mappe cerca di seguire questa direzione. Gli scenari alternano ambientazioni più aperte a zone urbane, edifici e percorsi più stretti, creando situazioni differenti a seconda dell’arma utilizzata e della modalità scelta. Non tutte le mappe hanno lo stesso impatto e alcune funzionano meglio di altre, ma nel complesso c’è una buona varietà di spazi, con configurazioni che permettono di passare rapidamente dagli scontri a distanza a quelli ravvicinati.
Il quantitativo di contenuti disponibile al lancio è inoltre piuttosto consistente. Oltre ai classici Team Deathmatch, Dominio, Cerca e Distruggi, Uccisione Confermata, Controllo, Gunfight e Tutti contro tutti, Black Ops 7 introduce anche nuove possibilità per chi vuole qualcosa di diverso dalle modalità tradizionali. Questo contribuisce a rendere il multiplayer meno monotono nel lungo periodo, soprattutto perché il sistema di progressione ci spinge continuamente a provare armi, accessori e configurazioni differenti.
A questo si aggiunge Skirmish, una modalità su larga scala che porta gli scontri fino a quaranta giocatori divisi in due squadre. Qui il ritmo cambia sensibilmente rispetto alle partite classiche, perché le mappe sono molto più grandi e permettono di utilizzare anche i veicoli. Gli obiettivi possono inoltre modificarsi durante la partita, creando situazioni nelle quali la squadra deve adattarsi rapidamente invece di limitarsi a seguire sempre lo stesso schema.
La progressione delle armi rimane infine una parte fondamentale dell’esperienza. Sbloccare nuovi accessori permette di modificare sensibilmente il comportamento delle armi, mentre Perk, Wildcard e il sistema Overclock legato all’equipaggiamento aggiungono ulteriori possibilità di personalizzazione. Non si tratta quindi soltanto di aumentare il livello del proprio account, ma di costruire gradualmente configurazioni più adatte al proprio stile di gioco e alla modalità che si decide di affrontare.
Il multiplayer di Black Ops 7 funziona dunque soprattutto quando riesce a mettere insieme questi elementi: un gunplay solido, un movimento molto dinamico e una buona quantità di contenuti. Non è una rivoluzione della formula, e probabilmente non vuole nemmeno esserlo, ma prende il sistema di gioco già consolidato e lo spinge verso un ritmo ancora più veloce e tecnico. Dopo alcune ore, la sensazione è quella di avere tra le mani un multiplayer pensato soprattutto per chi vuole continuare a migliorarsi partita dopo partita.

Spettacolo e compromessi di una generazione ancora condivisa
Sul piano tecnico, Black Ops 7 mi ha lasciata con sensazioni piuttosto contrastanti. Da una parte ci sono ambientazioni molto curate, effetti visivi convincenti e alcune sequenze capaci di creare un impatto notevole, dall’altra è difficile non percepire i compromessi di un titolo che deve ancora funzionare su più generazioni di console. Il risultato è quindi quello di un gioco tecnicamente solido, ma che non sempre riesce a dare quella sensazione di salto generazionale che ci si potrebbe aspettare da una produzione di questo calibro.
La cosa che ho apprezzato maggiormente è la varietà delle situazioni visive. La Campagna alterna scenari più realistici ad altri decisamente più surreali, soprattutto durante le sequenze legate alle allucinazioni e all’Etere. Proprio in questi momenti il comparto tecnico riesce a dare il meglio, grazie a effetti, illuminazione e ambientazioni che si allontanano dal classico campo di battaglia e permettono agli sviluppatori di giocare maggiormente con colori, forme e distorsioni dell’ambiente.
Anche le ambientazioni più tradizionali sono comunque realizzate con una buona cura. Gli scenari riescono a essere sufficientemente dettagliati e, soprattutto nelle mappe più ampie, c’è una discreta quantità di elementi a schermo che contribuisce a rendere gli spazi più credibili. Non siamo però davanti a un comparto completamente privo di difetti: osservando con maggiore attenzione, soprattutto durante le fasi di gioco, si possono notare modelli e dettagli che mostrano chiaramente i limiti di un progetto pensato per funzionare su hardware differenti.
Un discorso simile vale per i personaggi. I modelli utilizzati nei filmati e nelle sequenze più importanti riescono a essere molto più dettagliati rispetto a quelli che vediamo normalmente durante il gameplay, creando una differenza abbastanza evidente. È un compromesso che ormai non sorprende particolarmente, ma in alcuni momenti si nota più di quanto avrei voluto, soprattutto quando si passa rapidamente da una scena narrativa a una fase giocata.
Dove Black Ops 7 continua invece a convincere è nella fluidità. Il target dei 60 fotogrammi al secondo permette di affrontare scontri e movimenti con la reattività necessaria, e questo è particolarmente importante in un multiplayer dove anche una minima incertezza nella risposta dei comandi può cambiare completamente l’esito di uno scontro. Considerando la velocità generale del gameplay, mantenere una buona fluidità rimane quindi più importante di qualsiasi effetto grafico particolarmente spettacolare.
Anche il comparto audio accompagna bene l’esperienza. Gli effetti delle armi hanno il peso necessario e contribuiscono a rendere gli scontri più leggibili, mentre la colonna sonora e i diversi effetti ambientali aiutano a creare atmosfera soprattutto durante le fasi più narrative e nelle situazioni legate agli Zombie. Ho inoltre trovato convincente il doppiaggio italiano, che riesce a sostenere senza particolari problemi le numerose sequenze dialogate della Campagna.
Black Ops 7 non è quindi un titolo che punta tutto sull’impatto tecnico, ma riesce comunque a offrire una resa visiva capace di alternare momenti davvero riusciti ad altri in cui i compromessi risultano più evidenti. È soprattutto nelle sequenze più spettacolari e nelle ambientazioni legate all’Etere che il gioco riesce a sorprendere maggiormente, mentre nelle situazioni più ordinarie emerge maggiormente la natura cross-gen della produzione.
Alla fine, però, considero positivo il compromesso raggiunto. Black Ops 7 riesce a mantenere una buona fluidità senza rinunciare completamente alla spettacolarità, e per un gioco che mette insieme Campagna, Endgame, Zombies e multiplayer si tratta di un equilibrio tutt’altro che scontato. Non è un titolo che utilizza la tecnica per stupire continuamente, ma sa ancora creare alcuni momenti visivamente notevoli quando decide di spingersi oltre la rappresentazione più tradizionale della guerra.

Un Call of Duty costruito per essere giocato a lungo
Dopo aver passato diverse ore tra Campagna, Endgame, Zombies e multiplayer, la sensazione che mi rimane è quella di avere davanti un Call of Duty che punta soprattutto sulla quantità e sulla varietà. Black Ops 7 non cerca di concentrare tutta la propria esperienza in una singola modalità, ma propone quattro interpretazioni molto diverse dello stesso universo, ognuna con un ritmo e una struttura specifici. È una scelta che può sembrare quasi scontata parlando di Call of Duty, ma in questo caso la quantità di contenuti assume un peso ancora maggiore.
La Campagna è probabilmente la componente che mi ha lasciato più perplessa, soprattutto se confrontata con ciò che avevo apprezzato nel capitolo precedente. La scelta di renderla maggiormente orientata alla cooperazione è interessante e alcune sequenze riescono effettivamente a sorprendere, ma sul piano narrativo avrei voluto una storia più incisiva e personaggi capaci di lasciare maggiormente il segno. Nonostante questo, rimane una buona porta d’ingresso verso il resto dell’esperienza e riesce a introdurre alcune idee che vengono poi sviluppate nelle altre modalità.
L’Endgame rappresenta invece una delle aggiunte che ho trovato più interessanti, soprattutto perché riesce a cambiare completamente ritmo dopo una Campagna piuttosto lineare. Avalon offre maggiore libertà, mentre il sistema di rischio e ricompensa crea un motivo concreto per continuare a tornare nella modalità e provare a spingersi sempre un po’ più avanti. È un’esperienza che dà il meglio soprattutto in compagnia, quando la collaborazione tra i giocatori diventa parte integrante della strategia.
Zombies segue un discorso ancora diverso. La struttura a round rimane il cuore della modalità, ma la quantità di sistemi e attività costruite attorno alla sopravvivenza permette di dedicarle moltissimo tempo senza percepirla semplicemente come una modalità secondaria. Anche qui la cooperazione ha un ruolo importante, soprattutto quando si iniziano ad affrontare le situazioni più impegnative e gli obiettivi che richiedono maggiore attenzione.
E poi c’è il multiplayer, che rimane naturalmente il cuore dell’esperienza per chi cerca partite rapide e competitive. Il sistema di movimento più dinamico, il gunplay preciso e la quantità di modalità disponibili fanno sì che ci sia sempre qualcosa da provare, mentre la progressione delle armi e delle configurazioni offre un motivo concreto per continuare a giocare. Non è una rivoluzione, ma è una formula che funziona e che riesce a mantenere il ritmo tipico della serie.
È proprio questa varietà a definire Black Ops 7 più di qualsiasi singola novità. Non tutte le sue componenti hanno lo stesso peso e alcune mi hanno convinta più di altre, ma difficilmente ci si trova davanti alla sensazione di non avere nulla da fare. Una volta terminata la Campagna possiamo passare all’Endgame, dedicarci agli Zombie oppure concentrarci sul multiplayer, cambiando completamente tipo di esperienza senza dover abbandonare l’universo di gioco.
Alla fine, Black Ops 7 mi sembra soprattutto un titolo pensato per accompagnare il giocatore nel lungo periodo. Non pretende necessariamente di reinventare ogni elemento della serie, ma prova a costruire un’offerta talmente ampia da permettere a ciascuno di trovare il proprio modo di giocare. Ed è proprio questa abbondanza, più ancora delle singole novità, a rappresentare la sua caratteristica principale.

Una guerra che non ha intenzione di fermarsi
Black Ops 7 mi ha lasciata con una sensazione abbastanza chiara: non è un capitolo che vuole essere ricordato per una singola grande rivoluzione, ma per la quantità di esperienze che riesce a mettere insieme. Dopo averlo giocato nelle sue diverse componenti, mi sono ritrovata davanti a un titolo che cerca continuamente di offrire qualcosa di diverso, passando dalla Campagna all’Endgame, dagli Zombie al multiplayer senza mai rimanere davvero a corto di contenuti.
Personalmente, avrei preferito una Campagna più incisiva dal punto di vista narrativo, soprattutto dopo un Black Ops 6 che aveva saputo costruire una storia più coinvolgente. Alcune idee funzionano e le sequenze più particolari riescono ancora a sorprendere, ma il racconto non mi ha lasciato lo stesso segno. Al contrario, ho trovato molto più interessante il modo in cui Black Ops 7 amplia l’esperienza al di fuori della storia principale, con modalità che riescono a offrire approcci completamente differenti.
È proprio qui che il nuovo capitolo di Call of Duty trova il suo equilibrio. L’Endgame aggiunge una componente basata sull’esplorazione, sulla collaborazione e sul rischio, Zombies continua a essere una modalità capace di regalare decine di ore a chi ama la sopravvivenza a round, mentre il multiplayer mantiene quella velocità e quella precisione che ci si aspetta dalla serie. Nessuna di queste componenti è perfetta, ma prese insieme costruiscono un pacchetto estremamente ampio.
Black Ops 7, quindi, mi sembra un Call of Duty pensato soprattutto per chi non vuole limitarsi a una singola modalità. È un gioco che dà il meglio quando si passa da un’esperienza all’altra, magari alternando una sessione competitiva a qualche partita a Zombies oppure tornando ad Avalon per affrontare una nuova spedizione. La sua forza principale è proprio questa capacità di cambiare ritmo senza perdere la propria identità.
Alla fine della mia esperienza, quello che rimane è un titolo ricco, ambizioso e costruito chiaramente con l’idea di accompagnare il giocatore per molto tempo. Non tutte le scelte mi hanno convinta allo stesso modo e alcune componenti avrebbero potuto essere sviluppate ulteriormente, ma Black Ops 7 riesce comunque a offrire abbastanza contenuti e varietà da giustificare il tempo che gli si vuole dedicare. È un capitolo che amplia la formula più che reinventarla, e lo fa mettendo sul piatto una quantità di possibilità che difficilmente lascia il giocatore senza qualcosa da fare.
Un’offerta ricca, ma con riserva
✓ PRO
- Offerta di contenuti enorme e incredibilmente longeva tra Campagna, Endgame, Zombies e Multiplayer
- Comparto multiplayer frenetico e dinamico grazie all’evoluzione dell’Omnimovement e al wall jump
- La modalità Zombies e l’Endgame ad Avalon offrono un livello di sfida e rigiocabilità notevole
✗ CONTRO
- Comparto tecnico penalizzato dai compromessi legati al cross-gen
- Campagna a tratti troppo lineare e meno focalizzata rispetto ai capitoli precedenti
- Campagna e progressione fortemente dipendenti dalla componente cooperativa


